Antonio Tajani: la competizione che ha portato al principio di una nuova fase del Parlamento Europeo

 

Di recente si sono concluse le elezioni per il Presidente del Parlamento Europeo, con la vittoria di Antonio Tajani, esponente di lunga data del centro destra italiano con un’importante esperienza dal punto di vista delle strutture Europee. Nella speranza che quest’organo possa ottenere una sempre maggiore sussidiarietà nello svolgimento delle sue funzioni, vediamo chi è questo nuovo personaggio alla ribalta dei maggiori media dell’Unione, e quali sono gli aspetti del suo programma che avranno un ruolo essenziale nei prossimi sviluppi dell’assemblea parlamentare.

E’ stata una corsa alquanto particolare quella che ha portato Tajani, romano di sessantatré anni, alla presidenza del Parlamento Europeo. In un momento cruciale per la tenuta dell’Unione, si è arrivati alla contesa con sette contenders in gioco, tra i quali i più quotati per la vittoria lo stesso Tajani, facente riferimento al Partito Popolare Europeo, e Gianni Pittella, esponente di spicco del Partito Socialista, nonché anche lui vecchia conoscenza della politica nostrana. Di qui già appare spontanea una prima riflessione: sembra essere di  buon auspicio che, finalmente, una contesa a livello europeo abbia potuto svilupparsi lungo il tradizionale asse destra-sinistra, dopo anni in cui grandi coalizioni trasversali hanno mediato l’elezione di un Presidente sempre condiviso dai due principali gruppi parlamentari. Per la prima volta si è assistito a una campagna elettorale in cui il PPE e il PSE hanno deciso di rinunciare alla consuetudine per garantire reali meccanismi di competizione politica all’organo rappresentate i cittadini europei. Di fatti, con grande soddisfazione bisogna percepire la candidatura del socialista Pittella, il quale ha vigorosamente dato battaglia per opporsi all’egemonia del PPE sulle più importanti cariche Europee, con Jean Claude Juncker e Donald Tusk già facenti parte del blocco popolare.

Al contempo, anche gli altri candidati hanno contribuito al dibattito sul prossimo futuro del Parlamento e della stessa Unione, tra i quali si vogliano ricordare la conservatrice belga Helga Stevens, il verde Jean Lambert, e il liberale Guy Verhofstadt, quest’ultimo da molti considerato una terza possibile opzione sino a quando ha visto calare i propri numeri in seguito alla controversa questione dell’adesione all’ALDE degli eurodeputati del Movimento Cinque Stelle. Da notare, che l’unica porzione del Parlamento che non ha saputo presentare una vera e propria candidatura è stata quella dei cosiddetti “euroscettici”.

Il discorso di presentazione di Tajani è stato intriso di passione, fatto in ben quattro lingue distinte, nel quale il candidato ha esordito con un perentorio “I believe in Europe, but we need to change. We need a strong Parliament with a speaker working for everybody”. Di qui, si è diretto verso temi riguardanti i prossimi sviluppi istituzionali del Parlamento, ribadendo la necessità di un’Assemblea forte che sappia difendere le posizioni dei propri delegati di fronte alle altre istituzioni; e verso i principali punti di discussione a oggetto dell’agenda nel breve-medio periodo. “Il mio programma è il programma deciso dal parlamento, frutto dell’accordo inter istituzionale con la commissione e il consiglio”, queste le parole che hanno suscitato l’applauso dei colleghi presenti in sede di voto.

Altra nota degna d’attenzione è l’accento che ha posto riguardo all’essenziale funzione degli eurodeputati nell’arduo compito di dover formare un legame inscindibile tra le istituzioni sovrannazionali e la società civile, nel rispetto delle differenti identità e con lo scopo di sconfiggere il deficit democratico che da troppo tempo assedia la nostra Unione.

D’altronde, lo stesso curriculum istituzionale del Presidente denota un’esperienza di spessore nelle trame europee. Ex giornalista della RAI e de Il Giornale, inizia la sua carriera politica nel 1994, dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi, prima come referente nel Lazio di Forza Italia, e successivamente come portavoce dello stesso Cavaliere. Dal 2002 è uno dei dieci vicepresidenti del Partito Popolare Europeo, e passando per i ruoli di Commissario europeo ai Trasporti e di Commissario europeo all’Industria, giunge sino alla posizione di vice-presidente della Commissione Europea che ricoprirà per ben sei anni. Dopo un totale di quattordici anni di servizio, giunge alla Presidenza del più importante organo rappresentativo europeo, con il compito di cooperare affinché possa compiersi l’unità politica e sociale, dopo aver raggiunto quella economica nel processo d’integrazione europeo. Come da egli stesso affermato durante un intervento pubblico nel 2014, “quest’Europa deve smettere d’essere un organo che conta le virgole al bilancio degli Stati Membri, bensì ha bisogno di tramutare in un insieme di cittadini europei i quali collaborino nella ricerca delle loro comuni radici”.

Nel momento forse più critico della storia dell’Unione, si spera possa essere di buon auspicio l’avvento di un presidente del Parlamento che, quantomeno a parole, incita all’unità e alla necessità di fare dell’assemblea uno strumento di legittimazione dal basso delle strutture europee. Di tutto ciò preme la necessità anche perché, come recentemente riportato dal Washington Post, “il presidente del Parlamento europeo detiene la capacità di dettare il corso della legislazione che influenzerà mezzo miliardo di cittadini residenti nell’UE”, tuttavia la competizione “ha generato poca attenzione, nonostante gli sforzi da parte dei leader europei per aumentare la legittimità del blocco dei 28”.

 

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